7 temi di riflessione per l'irc
2. amicizia
Letteratura
Massimo Camisasca, Riflessioni per l’anno sacerdotale,
“L’Osservatore Romano”, 04/11/2009
L’importanza decisiva dell’amicizia nella vita dell’uomo d’ogni tempo può essere colta anche dal fatto che i più grandi scrittori e filosofi dell’umanità hanno spesso parlato d’amicizia e hanno visto nell’amicizia un tema fondamentale per la comprensione dell’uomo: qualcosa che entra nella definizione stessa della vita.
Voglio citare qui fra tutti solo Aristotele e Cicerone. Il primo, nell’Etica Nicomachea, ai libri ottavo e nono, parlando dell’amicizia, sostiene che "non c'è nulla di più necessario alla vita e che senza di essa ogni bene non è bene". E il grande oratore romano, nel suo dialogo Lelius de amicitia, al capitolo sesto, scrive: "Non so se, al di fuori della sapienza, non ci sia nient’altro di meglio per l’uomo, dono degli dei immortali alla sua vita, dell’amicizia". Dunque, l’amicizia è vista da questi grandi dell’antichità precristiana come un bene necessario, dono di Dio. Essa è anche considerata come fonte di felicità: sempre nel Lelius, al capitolo ventisettesimo, Cicerone dice che se si tolgono dalla vita la carità e la benevolenza - che come vedremo sono per lui le caratteristiche dell’amicizia - viene tolta ogni possibilità di gioia.
L’amicizia è dunque un aspetto dell’amore, è il vertice dell’amore. Essa innanzitutto implica una reciprocità che non è necessaria in ogni amore: si può amare una cosa, un bene, anche una persona, senza che tale amore sia necessariamente intaccato dall’assenza di reciprocità. L’amicizia invece è una virtù attiva, che implica la risposta dell’altro: l’amicizia implica l’amico.
Non solo, l’amicizia implica che l’amico sia un altro se stesso - lo dicono sia Aristotele che Cicerone, quest’ultimo nel libro ventunesimo del Lelius - un altro se stesso che è amato come si ama se stessi. Con l’amico si vive una vita di concordia e di comunione. I beni della vita presente, quelli sperati nella vita futura: tutto diventa strumento per alimentare l’armonia di questa vita comune.
Cicerone definisce l’amicizia consensio divinarum et humanarum rerum - che potremmo tradurre come convergenza e fruizione comune dei beni umani e divini - vissuta cum benevolentia et caritate. La parola "carità" - notiamo che con Cicerone siamo ancora al di fuori di un contesto cristiano - dice qui la gratuità che deve esserci in questo consenso, mentre la parola "benevolenza" dice il desiderio che l’unico criterio del rapporto con l’altro sia il bene dell’altro. Non si cercano vantaggi perciò nell’amicizia - dice sempre Cicerone nel libro ventisettesimo - se non quelli che fioriscono da sé nell’amicizia: la letizia che viene da una vita vissuta nella saggezza e nell’amore.
Aristotele aggiunge una nota importante: l’amicizia è attiva e selettiva, essa cioè si nutre di preferenza, è un’intensità dell’amore che fa sì che la vita fra gli amici sia come una scuola della carità che si è chiamati ad avere con tutti.

La novità di rapporti portata da Cristo

Al vertice della sua vita, Gesù, che ha dato ampia testimonianza nella sua vita pubblica di che cosa volesse dire per lui l’amicizia, scelse alcuni con cui avere un più stretto rapporto e in mezzo ai discepoli volle gli apostoli, "perché stessero con Lui" (Mc 3, 14) e a cui confidare tutto quanto il mistero della sua vita. Ecco dunque di nuovo le due caratteristiche dell’amicizia che già Cicerone aveva genialmente intuito, comunanza nelle cose umane e in quelle divine. Questa è la comunità apostolica, l’esempio più alto di amicizia che la storia presenti. È Gesù stesso a offrirci la chiave per guardare all’esperienza vissuta da lui con i discepoli. Egli dice: "Vi ho chiamati amici, perché ho detto a voi tutto ciò che il Padre ha detto a me" (cfr. Gv 15, 15).
Per comprendere che cosa sia veramente l’amicizia che Cristo ha vissuto come culmine della carità che da lui è nata, che è nata dalla sua incarnazione, dalla sua morte e resurrezione, è quindi necessario partecipare alla vita di Cristo. L’amicizia che egli ha vissuto con i suoi più intimi, l’amicizia che egli ha reso possibile fra gli uomini, nasce anche oggi dai suoi sacramenti, dal battesimo, dall’eucarestia, dalla penitenza; nasce anche oggi dal suo insegnamento e si manifesta in chi lo segue come riconoscimento del posto centrale che egli chiede d’assumere nell’esistenza di chi lo incontra. L’amicizia di Cristo vive perciò come servizio della sua persona - giustamente Agostino commenta la frase del Vangelo di Giovanni citato sopra, dicendo: "Tu chiamami pure amico, io continuo a considerarmi tuo servo".
Proprio per questo sono molti i pensatori cristiani che hanno dedicato all’amicizia pagine di grande profondità. Nelle loro riflessioni, le intuizioni degli antichi filosofi sono portate a chiarezza e a compimento proprio in forza della loro personale esperienza d’amicizia, vissuta in un contesto cristiano - che spesso era un monastero. San Tommaso, per esempio, riprende molti temi sia d’Aristotele che di Cicerone. Per lui, come per loro, l’amicizia è amor benevolentiae, l’amore che vuole il bene dell’altro, un amore di comunanza, di scambievolezza, un amore che consiste nel comportarsi con l’amico come con se stessi. L’amicizia si fonda su una comunanza di vita, di beni e di virtù. Essendo il vertice della carità, l’amicizia dona all’uomo l’esperienza stessa della vita divina: la Trinità non è forse l’esempio più alto e irraggiungibile di amicizia?
Non a caso Aelredo di Rivaulx, un altro grande studioso medievale dell’amicizia - potremmo ricordare qui anche san Bernardo - nel suo De spirituali amicitia, al libro secondo, afferma che l’amicizia è un gradino verso l’amore e la conoscenza di Dio.
In questa linea, i padri orientali - e a partire da essi una tradizione che porta fino alla teologia ortodossa di questi ultimi due secoli - hanno visto nell’amicizia l’espressione più alta dell’unione mistica fra Dio e l’uomo. Pavel Florenskij dedica una parte dell’opera La colonna e il fondamento della verità (la lettera undicesima) proprio all’amicizia e annota: "L’unità mistica di due è una condizione della conoscenza e della manifestazione dello spirito di verità che dà questa conoscenza". Egli porta alle estreme conseguenze le affermazioni di Cicerone e di Aristotele riprese da Tommaso. L’amico non è soltanto colui che tratta l’altro amico come se stesso, ma gli amici costituiscono una bi-unità, una diade: gli amici non sono più solo ciò che erano presi individualmente, ma qualcosa di più, un’anima sola. In questa unità ciascuno degli amici riceve conferma dalla propria personalità, trovando il proprio io nell’io dell’altro.