7 temi di riflessione per l'irc
3. amore
Letteratura
Raffaele La Capria, L’amorosa inchiesta, 2006
Cara Elène, mentre ti scrivo mi appari com’eri allora quando per la prima volta ti vidi. […]
Ti scrivo a tanti anni dai fatti che voglio raccontare, e ti scrivo perché tu fosti, come si dice, il mio primo amore. Non so se i primi amori sono tutti altrettanto tormentati come fu il mio e, credo, anche il tuo. Ma per cominciare vorrei dirti che mi innamorai di te prima di conoscerti, perché era quella l’epoca in cui il primo amore poteva essere un nome, un nome che veniva prima della persona. A Napoli, tra i ragazzi della mia età, dai 14 ai 16 anni, si pronunciavano con un tono particolare i nomi di certe ragazze la cui fama di belle arrivava appunto col nome, e il nome rifulgeva, aveva un suo alone e un suo campo magnetico. Bastava pronunciarlo ed era come una formula magica che apriva ai sogni e ai desideri nascosti, agli impulsi repressi, agli irresistibili richiami. […]
Anche i ragazzi più in vista avevano la prerogativa del nome che li preannunciava: […] erano i belli, i prestanti, i vittoriosi per varie ragioni mondane o dongiovannesche, i plaiboi che i ragazzi comuni, quelli né carne né pesce come me, avrebbero voluto essere. […]
Eppure ero intelligente, anzi sapevo di essere più intelligente di quelli che ammiravo, di quelli cui volevo assomigliare, e sapevo di avere un quoziente intellettuale più elevato delle ragazze-mito che avrei voluto corteggiare. […] Quando cercavo di analizzare meglio quel che mi accadeva perdevo la mia abituale facoltà di raziocinio e mi pareva che tutto avvenisse per una ossessiva consapevolezza della mia e altrui "fisicità", che m’impediva di toccare fisicamente la ragazza che aveva provocato in me tutto questo sconquasso. La persona, la ragazza - e nel nostro caso tu, Elène - diventava qualche cosa di sacro, come il tabù per un selvaggio, e doveva restare inaccessibile e intoccabile per prescrizione e regola superiore. […]
In quegli anni della mia esecrabile immaturità l’unica possibilità di toccare, di abbracciare, di sentire il profumo della pelle, di scambiarsi parole con una inarrivabile era, per un escluso dal giro, essere invitato a un balletto. […] Ma se il primo passo per un escluso dal giro era essere invitato a un balletto, il secondo passo per arrivare nelle vicinanze di una inarrivabile era appunto saper ballare. […]
Saper ballare, comunque, non significava soltanto andare a tempo con la musica, fare dei passi o addirittura delle figure giuste, significava anche una certa disinvoltura, una sicurezza di sé, la capacità di impostare ballando una conversazione divertente o interessante, un modo di mettersi in gioco e di brillare. […]
Io ero diventato, per spirito di rivalsa o per vocazione, un intellettuale, o per meglio dire leggevo molti libri e averli letti mi faceva pensare di essere un intellettuale […].
Ma se uno mi avesse chiesto: "Cosa preferiresti essere, un principe delle apparenze o un grande intellettuale che come te non raggiunge il metro e settanta di altezza?". Io, con la mentalità che avevo allora, avrei preferito essere un principe delle apparenze. […]
Le persone dunque allora si dividevano per me, come ho detto, in due grandi categorie: i "predestinati alla superiorità" e quelli destinati ad essere di secondo piano. Se oggi penso come mai io mi figurassi una realtà così stupida e attribuissi importanza a cose così stupide, non so darmi una risposta adeguata. […]
Dio mio, quando ti scrivo queste cose, cara Elène, io stesso stento a credere che fossero vere, o che per lo meno così veramente io le vedessi quando avevo quindici anni. Ma mi sono proposto di non mentirmi e di dirti proprio tutto.
[…] mia cara, la stupidità ha un potere impensabile di cui si può riconoscere la portata solo quando la si esperimenta. E ha il potere perfino di diventare arbitra del tuo destino, come accadde, cara Elène, a noi due, e come sto cercando di dirti in questa lettera che prende un avvio così alla larga, ma che se saprò condurre fino alla fine vedrai che si stringerà nel nodo che fu quel nostro fatale primo amore. Sto cercando di spiegarti perché andò così male, perché fu così irrazionale quel male. […]
Sto cercando di spiegarti quello che allora tu non capisti e che solo oggi sono in grado di capire io stesso.
Come avvenne, come fu che l’escluso dal giro e tu, l’inarrivabile, si incontrassero? Ricordo bene, fu nella libreria Guida di piazza dei Martiri non lontano da largo Santa Caterina, luogo deputato degli incontri e delle apparizioni. […]
Oggi, quando immagino il nostro primo incontro, mi sembra di vedere dall’alto quel labirinto e di vedere aggirarsi nel labirinto due figure, l’escluso - io - e l’inarrivabile - tu. […] Sempre tenendo fermo il mio sguardo dall’alto, lo sguardo che ho ora, vedo con trepidazione le nostre due figure avvicinarsi, si sfiorano, si ignorano perché ancora non si incrociano, poi a una svolta del labirinto si avvicinano, si fermano. Ecco, siamo uno di fronte all’altra. Come faccio a descriverti il momento della tua apparizione? […]
Certo è che vederti, Elène, d’un colpo, lì presente, davanti a me, fu una cosa inaspettata e terribile, perché seppi subito appena mi apparisti svoltando da un angolo del labirinto, che ero perduto.
[…]
La tua apparizione mi confuse e mi annientò, e tu qualcosa di tutto questo, il fatto che mi ero perduto in te in un solo istante, devi averlo avvertito, altrimenti non avresti dato origine alle voci che corsero nel cerchio dei meschini e che arrivarono fino a me. Ma sto andando avanti, procediamo con ordine invece.
Nel momento in cui ci incontrammo non ci rivolgemmo parola, perché eravamo ancora sconosciuti l’uno all’altro. Poi arrivò il libraio e tu gli chiedesti in quale scaffale avresti potuto trovare La princesse de Clèves. Il libraio fu richiamato di là, e io mi feci coraggio e osai rivolgerti la parola. Ti indicai il posto dove si trovava il libro, anzi presi il libro e te lo passai, e vidi le tue belle dita affusolate che sfioravano le mie per prenderlo. Mi domandasti se lo avevo letto. Balbettai una risposta, e come per miracolo cominciammo a parlare, e ora davvero non so quello che dicemmo e come trovai l’ardire di aprir bocca. Ricordo solo che sperai che tutto finisse presto, che tu andassi via e mi lasciassi in pace a ripensare a quel che era appena accaduto, a quel che stava accadendo, a quell’evento inimmaginabile ed insostenibile che doveva ad ogni costo essere subito sistemato in qualche luogo dentro di me e ben custodito, perché era ormai una mina vagante che poteva esplodere e uccidermi se non avessi imparato a conoscere dove era nascosta per disinnescarla. […]
Rimuginavo ancora intorno alla Princesse de Clèves e non avevo avuto più tue notizie quando mi giunsero sommesse voci provenienti dal cerchio dei meschini. Furono prima sorrisi per me inesplicabili, mani battute sulla spalla ed "e bbravo!" ripetuti. Quando ne chiesi ragione mi fu detto di non fare l’ingenuo. Lo sapevano tutti che tu eri innamorata di me! Tu di me? Non avevo mai sentito in vita mia una tale enormità! Cosa avevo io per at­tirare una ragazza come te? Niente, proprio niente, ero io il primo a riconoscerlo. Si trattava soltanto di uno stupido scherzo. Nella cerchia dei meschini avevano scoperto il mio segreto e se ne approfittavano. […]
Non ti avevo più parlato dal giorno di quel nostro incontro, ma dalla mia postazione domenicale a via dei Mille ti avevo scorta da lontano con un’amica, e col cuore che mi scoppiava ti avevo salutato. Tu mi avevi regalato un sorriso bellissimo e qualcuno del cerchio dei meschini doveva averlo intercettato. Forse t’era sfuggita una frase, buttata lì a caso con l’amica, mentre rispondevi al mio saluto. Bastava molto meno per far nascere le voci. Oppure qualcuno ci aveva spiati quel giorno nel labirinto mentre stavamo parlando della Princesse. Nella piccola città dove tutti si conoscono e si sorvegliano, dove tutti si incontrano negli stessi luoghi, in un ambiente che forma un séparé nella grande città del Vesuvio, voci del genere quando nascono non sono mai benevole. Servono allo sfottò, alla battuta, a renderti ridicolo. E la cosa sembrò ridicola anche a me: tu la più bella, la bellissima fra tutte, chissà perché di punto in bianco e senza una ragione plausibile, ti saresti accorta di me. Anzi no: Inna-mmo-ra-ta di me. Così dicevano. Per prendermi in giro, naturalmente. E io, naturalmente, ero furioso e non lo mostravo per non istigarli. […]
Così stavano le cose quando, come un colpo di fulmine arrivò una tua telefonata che mi gettò nella più profonda costernazione.
La ricordo benissimo:
"Pronto?"
"Sei tu? Sono Elène."
"Elène?"
"Sì, non ti ricordi? Ci siamo conosciuti alla libreria Guida."
"Figurati se non me lo ricordo!"
Ci fu dall’altra parte un risolino divertito, e poi: "Sabato vuoi venire da me? C’è un balletto."
"Un balletto?"
"Sì, un balletto. Alle sei."
"Ma io non so ballare!"
"Tu vieni. Ti insegno io."
Così terminò la conversazione. Sabato, aveva detto sabato, alle sei. Quanti giorni mi separavano da sabato? Era martedì. Avevo tre giorni a disposizione per imparare a ballare. Ma chi poteva insegnarmi almeno i primi passi? "Ti insegno io." Già, come se fosse semplice per me ballare con te. Con te era ancora più difficile, altro che. La paura di sbagliare mi avrebbe paralizzato. E poi chi ci sarebbe stato da te? […]
No, non ce l’avrei mai fatta, non sarei mai riuscito a sopportare il ridicolo. Il ridicolo? Già, ecco la ragione! L’atroce sospetto! Al telefono quando mi avevi detto "non ti ricordi?" e io avevo risposto "figurati se non mi ricordo!", c’era stato dall’altra parte quel tuo risolino. Quel risolino ora mi dava da pensare. Se fosse stato tutto uno scherzo per prenderti gioco di me e della devozione che i miei occhi ti avevano di certo rivelato? Se il risolino fosse stato un risolino di scherno, come per dire: lo so che te lo ricordi, ma come ti permetti di ricordare? Di ricordare me. Chi ti autorizza?
"Sono Elène"... con che naturalezza l’avevi detto, come se io ti avessi chiamata Elène chissà quante volte, come se tra noi esistesse il "tu divino", quello che si davano gli dèi, un’intimità che non occorreva dimostrare perché era scontata. Elène: mi ripetevo il tuo nome, era bello pronunciarlo, bello quell’accento che scivolava sul finale, era languido, sensuale, Elène. Come mi sarebbe piaciuto chiamarti Elène nell’intimità! […]
La verità era che avevo deciso di non andare al balletto a casa tua sabato alle sei. Non ce l’avrei fatta. Ti avrei telefonato, avrei trovato una scusa qualsiasi: Elène, non posso, sto male. Male, male, male. Sono malato. Dopotutto era la verità. Stavo male, malissimo da quando mi avevi invitato a ballare con te. E di nuovo il dubbio atroce: come si spiega questo invito? Così, all’improvviso, d’un tratto. E se fosse... No, non voglio nemmeno pensarci, uno scherzo? E se fosse invece davvero, mettiamolo solo come ipotesi, davvero innamorata di me? Inna-mmo-ra-ta, per favore non fatemi ridere, di me? Mi stava bene la noncuranza, la tua totale noncuranza, la tua indifferenza, questo sì, rientrava nella logica delle cose, una logica che bisognava rispettare. Ma una telefonata così imprevedibile non poteva essere che uno stupido scherzo. […]
Ti avrei telefonato, ti avrei detto che non potevo, che ero malato, molto malato, e dopotutto era vero.
Non so se tu credesti alla mia malattia, certo è che dopo qualche giorno di silenzio le tue prime parole mi parvero ironiche:
"Sei guarito?"
Sempre quel tono, come se ci conoscessimo chissà da quanto.
Cosa avrei dovuto risponderti? Se alludevi al mio amore per te avrei dovuto risponderti che no, il mio stato di giorno in giorno peggiorava, si faceva serio. Come spiegare altrimenti quel mio tremore al solo sentire il suono della tua voce al telefono, quell’accelerazione del respiro?
"No" dissi. "No, non credo."
"Cosa vuol dire, non credo?"
"Non so."
"Guarda che anch’io non credo."
"Non credi cosa?"
"Che tu sia veramente malato."
"Ah, sì?"
"Era una scusa."
Ci fu da parte mia un silenzio. Poi tu: "Vediamoci oggi alla libreria Guida. Alle sei. Aspettami nel retro".
E poggiasti il ricevitore senza darmi neanche il tempo di rispondere. […]
Alle sei la libreria era vuota. Cominciai a curiosare, arrivai nel retro. Non c’eri. Mi aggirai nel labirinto degli scaffali. Saresti davvero venuta? E che significava quell’appuntamento così, di punto in bianco? Era un modo di portare avanti lo scherzo? […] Con questi pensieri, come un cieco, mi aggiravo nel piccolo labirinto della libreria Guida.
Tu mi sorprendesti di spalle. Quando mi girai e ti vidi mi parve di vederti per la prima volta (e ogni volta sarebbe poi stata la prima) perché avevo sottovalutato nel ricordo l’impatto della tua presenza, della tua inconcepibile presenza. Ti comportasti come in un gioco a nascondino, mi facesti un segno di silenzio col dito davanti alla bocca, fingesti di guardarti intorno per vedere se da qualche angolo del nostro labirinto spuntasse qualcuno, una spia, un delatore. Poi, dopo che ti accertasti che eravamo veramente soli, senza una parola avvicinasti la tua bocca alla mia e mi baciasti. Non fu un bacio candido, fu un bacio sapiente, e io sentii come cosa viva la tua linguetta sgusciare furtiva tra le mie labbra. Ah quella linguetta audace, non l’ho dimenticata! Fu la nostra prima vera comunione, il nostro primo vero "contatto". Anche tu te ne rendesti conto. Dicesti:
"Questo è qualcosa!".
Qualcosa, un fatto oggettivo, accaduto, che nessuno mai avrebbe potuto cancellare. Qualcosa che faceva parte della realtà e non del mondo dei sogni, qualcosa con cui in seguito avremmo dovuto fare i conti. Così interpretai quel tuo "qualcosa", era qualcosa che non potevamo far finta non fosse avvenuto. Quel qualcosa davvero fu qualcosa perché ci furono altri baci in seguito, molti altri baci, che durarono tutto il tempo che sai e che io non so, perché non so valutare il tempo del primo amore.
Furono giorni? Mesi? Certo è che in quel tempo il mio cuore innocente, stupito dal sentimento nuovo e sconosciuto che avevi destato, dipendeva da ogni tuo sguardo, da ogni tuo gesto. Il mio tempo eri tu. In quel tempo mi sentivo pronunciare parole udite solo al cinema o lette in un romanzo, parole che mai avrei pensato di poter pronunciare, come "ti amo" o "amore mio", che acquistavano per la prima volta un potere e una dolcezza impensabile, e che mi salivano naturali alle labbra quando il tuo viso era chino sul mio
e i tuoi capelli mi sfioravano la fronte. […]
Ma qui ti sto parlando dell’inizio, voglio dire del tempo della mia iniziazione, quando tutto quel che mi accadeva intorno, fatti e persone e perfino il semplice motivo di una canzone, io rapportavo a te, solo così dando loro rilevanza. Tu mi sembravi più tranquilla, più padrona di te stessa, quando mi baciavi tra un bacio e l’altro mi parlavi dell’"iniziativa", m’insegnavi che l’iniziativa è importante perché accada e si ripeta quel qualcosa che tanto ci aveva turbato. Me lo dicesti più volte che io non avevo lo spirito d’iniziativa. Lo spirito d’iniziativa, dicevi, interviene quando i sentimenti agiscono e producono qualcosa. Mi dicevi che tra quel "qualcosa" e i miei sentimenti ci doveva essere un ostacolo, perché io i sentimenti li avevo, tutti li avevo, certo che li avevo per te, e tu lo sapevi, troppi ne avevo, ne traboccavo, sin dal mio primo sguardo ne eri stata certa, certissima, investita come da un’onda, altrimenti non avresti preso tu l’iniziativa con un ragazzino come me. Ma io, dicevi, i sentimenti non sapevo farli funzionare fino a produrre qualcosa. […]
Ma io sapevo cosa c’era al fondo, qual era il timore che li teneva prigionieri. Era il dubbio - come dire? - il dubbio metafisico che tu potessi davvero amarmi, che non fosse tutto accaduto per una tua svista. […]
Chi non si ama come può ammettere che altri lo ami? Tu mi amavi, ma io non lo ammisi, non lo ammisi mai del tutto, fu questo il mio errore. Errore? O fatalità, che rovinò tutto? Chi è responsabile della fatalità, del destino che ci accompagna? Il destino è ciò che non conosciamo di noi stessi. Io volevo soltanto amarti ed essere da te amato. E pur volendolo per convincermi ti chiedevo sempre nuovi baci e nuove carezze, e più ne ottenevo più mi nasceva dentro una strana orribile indifferenza. Tutto questo durò qualche tempo, e credo che tu lo avvertisti […].
Ho accennato a quella strana, orribile indifferenza che mi assaliva a tradimento. Cos’era? C’era uno sbaglio, ecco cos’era, un equivoco, qualcosa che non mi tornava, l’ho detto. Forse tu eri la vittima di un inganno da cui ti saresti presto svegliata. […]
Dunque ascolta: proprio perché tu mi amavi, tu eri, come dire?, venuta meno alle mie aspettative, e proprio questo, proprio il fatto che tu mi amassi, ti sminuiva ai miei occhi e ti rendeva insignificante. […]
L’inevitabile conseguenza di tutto ciò avvenne a Positano. […]
D’agosto arrivarono a Positano su veloci motoscafi di mogano anche alcuni dei plaiboi, di quelli predestinati alla superiorità, ma lì a Positano li sentivo meno favoriti dalla sorte e di giorno non li temevo. La sera sì, invece diventavano pericolosi, perché quei maledetti sapevano ballare, sapevano fare i passi giusti ballando il samba, il mambo e il cha-cha-cha, la novità di quell’anno. E fu il cha-cha- cha che fece precipitare le cose già in equilibrio instabile tra noi due. […]
Ah, saper ballare il cha-cha-cha! Quanti tuffi spericolati avrei dato per un cha-cha-cha, per sentirti muovere tra le mie braccia al ritmo sensuale del cha-cha-cha! Fu una sera di malumore, allora, perché questo mi era negato? Fu il ritmo del cha-cha-cha che tu ballavi nelle braccia di un altro? […]
Fu l’erotismo che scatenò in me vederti tra le braccia di un altro, rapita, ridente, protesa in un abbandono felice, come forse mai eri stata con me? Fu quel darti al ritmo e al tuo cavaliere, fu tutto questo o altro a scatenare in me i demoni distruttivi? Certo è che galeotto fu il cha-cha-cha, e una lite furiosa seguì quella sera, una lite che non avevo provocato io, almeno così mi parve. Una lite che avvenne per un’inezia, tutta partita da te, perché senza alcuna mia provocazione - o forse no, per una frase maldestra che m’era sfuggita - mi assalisti con una violenta invettiva di cui sentii solo l’ingiunzione: "Vattene, vattene via da me!" E io che ti chiesi sorpreso da tanta immotivata veemenza: "Ma che t’ho fatto?" E ti che rispondesti secca: "Niente! Capito? Niente!".
Fu quel "niente" che scoccò nell’aria due volte come una frustata, fu quello la fine. Sì, fu così, con quel "niente" tremendo che mi veniva rinfacciato e che alludeva a tutto ciò che non c’era stato tra noi, per la mia mancanza d’iniziativa, così finì, con quel "niente", il mio primo amore. […]