7 temi di riflessione per l'irc
5. angeli e demoni
Letteratura
Mario Mendoza, Satana, 2002
Padre Ernesto respira profondamente l’aroma dei fiori del cortile e domanda a doña Esther, che lo guarda con rispetto e venerazione:
- Lei come sta?
- Sempre uguale, padre.
- Sta andando a scuola?
- No, padre, l’ho ritirata per evitare chiacchiere e pettegolezzi. Le compagne avevano già cominciato a commentare e a farle delle domande. Sa come sono le ragazzine di quell’età.
- Rimane in camera sua tutto il giorno?
- Sì.
- Mangia normalmente?
- A volte sì e a volte non mangia nulla. Dipende.
- E sempre in trance?
- No, padre, che Dio abbia pietà di noi, sarebbe troppo. Di solito le voci giungono durante le ore notturne.
- E cosa dicono le voci?
- Lei le ha già sentite, padre.
- Parlano di me?
- Sì, padre.
- Cosa dicono?
- Che ha paura, che sa di perdere, che è un codardo.
- E che altro?
- Che è sporco, che vive nel peccato. Ma io so che sono tutte calunnie, padre, non creda che noi pensiamo certe cose di lei.
- Qualcun altro sa?
- La ragazza che mi aiuta in casa. Siamo in tre.
- Cosa dice sua figlia durante il giorno?
- Non ricorda, è come se fossero due persone diverse, con due vite separate. Mi dice che vuole tornare a scuola e avere una vita normale. Mi si spezza il cuore a vederla così, poverina. […]
- La domanda che le sto per fare è molto importante, doña Esther: ha sentito sua figlia parlare in altre lingue?
- Non so, padre, ci sono giorni in cui non capiamo cosa dice, ma non saprei dirle se è un’altra lingua o meno. Perché?
- Devo scrivere un rapporto per i miei superiori e ho bisogno di sapere con esattezza questo dato.
- Verrà esorcizzata?
- Non glielo posso assicurare.
- Ma non l’ha vista con i suoi occhi, padre?
- Sì, però...
- Non si è reso conto del suo stato?
- Sì, doña Esther, ma...
- Mia figlia non è matta, padre, o schizofrenica. È posseduta, lei lo sa.
- Doña Esther, io non ho il potere di ordinare un esorcismo. Devo rispettare le gerarchie ecclesiastiche.
- Mentre voi lasciate passare il tempo, mia figlia muore, - dice doña Esther angosciata.
- Stia tranquilla, per favore.
- Non ce la faccio più, ho i nervi a pezzi -. Il tono della sua voce è sincero e riflette un’autentica disperazione.
- Chiederò che mandino al più presto un sacerdote esperto che s’incarichi del caso di sua figlia.
- Non se ne occuperà lei?
- Le ho già detto che non ho esperienza di queste cose.
- Non è per questo, è perché si vuole ritirare.
- Che cos’ha detto? - Padre Ernesto tende le orecchie per essere sicuro di non aver capito male.
- Anche questo hanno detto le voci, che lei è un uomo debole e che ha ceduto alla tentazione.
- Così hanno detto?
- Sì, padre, hanno detto che la sua fede ha vacillato e che non rimarrà sacerdote per molto tempo.
- Anche questo, dunque.
- E vero?
- Guardi, doña Esther, l’importante ora è concentrarsi su sua figlia, che io scriva il rapporto e che la Chiesa le offra l’aiuto che sta aspettando.
- Io le chiedo solo di essere rapido, padre, che la mia bambina non mi muoia. È tutto ciò che ho.
- Sto facendo quello che posso, doña Esther.
- Che non mi muoia, non chiedo altro, - afferma doña Esther prendendo un fazzoletto e soffiandosi il naso.
La notte s’impadronisce dell’atmosfera del giardino e l’aroma dei fiori si fa più intenso, più penetrante, come se l’odore si spandesse più facilmente tra le ombre e l’oscurità crescente.
- Bene, salgo su a trovarla, - dice padre Ernesto.
- Vuole entrare? - domanda doña Esther.
- Sì, signora.
- Pensavo che non volesse vederla.
- E necessario un secondo colloquio con lei.
- Deve fare attenzione, padre, è più aggressiva.
- Ha ferito qualcuno?
- Ancora no, padre. Ma tira oggetti, sputa e vomita.
- Dovrà legarla, doña Esther.
- No, questo no.
- E per il bene della bambina, del suo e della domestica.
- Soffre già troppo così com’è perché io la tratti come un animale.
- E per la sua sicurezza.
- No, lei non farà nulla contro di me.
- Ma all’improvviso può fare del male a se stessa.
- Se ha bisogno di visitarla, padre, me lo dica. Io resto qui in cortile e aspetto.
- Va bene.
II sacerdote sale le scale e, a mano a mano che si avvicina, il fetore lo obbliga a camminare più lentamente, come se un ostacolo invisibile gli sbarrasse il passo, come se un gruppo di fantasmi lo stesse bloccando a ogni tentativo di avanzare. Così, vincendo la distanza con incredibile lentezza, giunge alla maniglia e apre la porta. […]
La giovane è appoggiata alla spalliera con una coperta sottile sulle gambe. Come la prima volta, apre le palpebre e fissa lo sguardo azzurro negli occhi del sacerdote.
- Sei tornato, tesoro, - dice la voce autentica della ragazza, una voce adolescente e musicale.
- Devo farti delle domande -. Padre Ernesto prende posto sulla sedia accanto al letto.
- Sei molto serio.
- Non sono venuto a perder tempo.
- Rilassati, amore.
- Non voglio nemmeno che mi manchi più di rispetto.
- Mia madre è di sotto e non si accorgerà di nulla.
- Smettila, basta! […]
E prima che padre Ernesto muova qualsiasi muscolo per alzarsi, la mano della giovane lo afferra per il braccio e lo tira verso di lei […].
Cerca di liberare il braccio per iniziare la ritirata, ma non può, la forza che lo attanaglia è infinitamente superiore a lui, è come se fosse un uccellino che cerca di liberare un’ala dalla zampa di un elefante. […]
Qualche secondo più tardi si alza con difficoltà e torna a sedersi. Recupera le forze e decide di non accettare la sconfitta tanto in fretta.
- Chi sei? Dimmi chi sei, - esige con voce soffocata.
La ragazza sorride e risponde con voce bassa, profonda, assolutamente maschile:
- Sono in molti luoghi, il mio nome è molti nomi, il mio volto è molti volti.
- Chi sei? - Si asciuga le lacrime con la mano libera.
- Mi divido, mi moltiplico, prolifero.
- Chi sei?
- Sono materia fertile e feconda. Ma chi?
- Mi diffondo, mi propago, pullulo.
- Rispondi, chi sei?
- Sono gregge, branco, stormo, mandria, armento.
- Chi? Dammi un nome.
- Io ho nome Legione.
- Rispondi.
- Sono squadra, gruppo, truppa, torma, folla.
- Devi essere qualcuno.
- Branco è il mio nome.
- Non può essere.
- Cresco, mi prendo il mondo, sono il signore e il padrone.
- Non lo sopporto più.
- Non c’è un posto fisso per me. Il mio nome è ubiquità -. Una risata rimbomba contro le pareti della stanza.
- Devo andare.
Padre Ernesto, sconvolto, stordito, come sotto l’effetto di un potente sedativo, riesce ad aprire la porta ed esce in corridoio. Avanza di qualche passo e scende le scale appoggiandosi con le due mani alla ringhiera. Pare un ferito di guerra, un moribondo a cui restano pochi minuti di vita, un sopravvissuto a un crudele e interminabile bombardamento. Sull’ultimo gradino sviene e cade a terra delicatamente, senza far rumore.
Quando torna in sé sente l’aroma dei fiori del cortile.
- Cos’è successo? - domanda, accorgendosi di avere la testa sul grembo di doña Esther.
- Ha perso conoscenza.
- Mi dispiace tanto.
- Stia tranquillo, padre.
- Adesso sto bene -. Cerca di rialzarsi in piedi ma un dolore acuto gli penetra il cranio.
- Piano, padre, piano. Lasci che l’aiuti.
- Grazie.
- Vuole che chiami un medico?
- Non ce n’è bisogno, grazie.
Le due donne gli si mettono accanto prevedendo un nuovo svenimento.
- Sto bene, non preoccupatevi. […]
- Non dovrebbe andarsene in quello stato.
- Adesso sto bene, sicuro.
- Se vuole l’accompagno.
- Non si disturbi. Le chiedo solo un favore: che nessuno venga a sapere cos’è successo oggi. Non è bello che la gente cominci a inventare cose non vere. Lei sa come corrono le voci, qui.
- E ciò che dico tutti i giorni a quella lì -. Doña Esther guarda la domestica con espressione severa.
- Devo andare, arrivederci.
- A presto, padre, - dicono le due donne allo stesso tempo.
Il sacerdote esce in strada e una raffica di vento gli raffredda il volto e la pelle delle mani. Si passa la lingua sulle labbra screpolate e inizia a camminare sui marciapiedi deserti di La Candelaria con passo insicuro e vacillante, come un convalescente che ha appena lasciato un ospedale dopo una lunga e complicata malattia. […]

Una luce tenue e delicata attraversa i rami di alcuni enormi eucalipti ed entra dalla finestra illuminando i volumi rilegati della biblioteca. Fuori, le voci degli studenti si odono lontane e distanti, come impronte remote di un mondo in processo di estinzione. Il boa si stira e concentra lo sguardo.
- Ti ho fatto venire, Ernesto, perché ho letto la tua relazione sulla ragazza posseduta e voglio farti qualche domanda prima di chiedere un intervento del Vaticano.
- Mi dica, padre, - dice il sacerdote ricordando l’ultima scena nella stanza della ragazza, soppressa, ovviamente, nel dossier.
- Tu descrivi perfettamente il comportamento della giovane, lo stato di trance, gli attacchi, gli odori e altre cose. Ma non dai suggerimenti né prendi una posizione. Non supponi nulla, sembri assente al problema.
- È difficile, padre.
- Certo che è difficile, Ernesto, ma tu ci devi aiutare a prendere la decisione corretta. Non dimenticare che solo tu l’hai vista, solo tu sei stato presente in camera sua, con lei, e le hai parlato. La tua opinione è della massima importanza.
- Sì, padre, capisco. Mi sono limitato a descrivere al meglio la situazione e non ho osato insinuare nulla, perché io non sono un esperto. Per questo ci sono i periti e le autorità del Vaticano.
- A me puoi dire la verità: credi che sia un autentico caso di possessione?
- Non ne sono sicuro, padre. Credo però che non si tratti di un disturbo psichiatrico corrente, come schizofrenia o personalità multipla. No, dentro quella giovane c’è una forza strana e molto potente.
- Non c’è la prova che abbia parlato in aramaico, la lingua del Maligno.
- No, signore.
- Sai quanto è reticente il Vaticano riguardo ai casi di possessione e questioni simili. Il papa ha affrontato personalmente, in varie occasioni, una giovane italiana che ha il demonio dentro di lei da ormai sette anni, ed è uscito perdente a ogni esorcismo. Si mormora anche che i suoi dolori fisici e il suo deterioramento mentale siano la prova del potere incalcolabile di Satana. Tu lo sai.
- Ho sentito i commenti, sì.
- Non vogliono sentir parlare di demoni e di esorcismi. Se non siamo sicuri al cento per cento è meglio lasciare le cose come stanno, e suggerire alla madre un trattamento psichiatrico in una clinica specializzata.
- Come vuole.
- Credo sia la soluzione migliore.
- Sta nelle sue mani, padre.
- Mi incaricherò io stesso di comunicare la decisione a quella signora. Tu non ti preoccupare, ultimamente hai avuto abbastanza problemi.
- A proposito, padre, voglio approfittare di questo colloquio per dirle che penso di lasciare il sacerdozio.
- Come dici?
- Ho riflettuto con calma e mi pare che la decisione più corretta sia quella di ritirarmi.
- Stai parlando sul serio?
Padre Ernesto apre la valigetta e prende da una tasca interna alcuni fogli scritti a macchina. Li consegna alla vipera e spiega:
- Qui c’è la lettera in cui espongo la mia situazione. Sono sicuro che non sia una semplice crisi, si tratta di un conflitto più serio e complesso.
- Ha a che vedere con il caso che stiamo commentando, Ernesto?
- Voglio avere una vita normale, come quella di tutti. Mi voglio sposare, avere dei figli e farmi una famiglia.
- Ti vedo molto sicuro.
- Ci ho pensato con calma, senza angosciarmi.
- Cosa vuoi che ti dica...
- Grazie di tutto, padre de Brigard. Le sarei veramente grato se mandasse qualcuno a sostituirmi in attesa che venga nominato un nuovo parroco. Non mi sento più autorizzato a esercitare un tale incarico. Mi sembrerebbe di ingannare la gente.
- Ci penso io, non ti preoccupare. E tutto talmente intempestivo... Sono senza parole.
- Non le voglio portare via altro tempo, padre. So che è molto occupato.
Padre Ernesto si alza in piedi, stringe la mano al coccodrillo tastando la sua pelle umida e fredda ed esce dall’ufficio con un sorriso soddisfatto sulle labbra. Avrei dovuto farlo molti anni fa, si dice mentalmente. E mentre scende le scale dell’università, un’impressione di leggerezza si impadronisce del suo corpo, una sensazione eterea, come se avesse perso peso durante il colloquio, come se avesse lasciato lassù, nell’ufficio di padre Darío de Brigard, un fardello fastidioso ed estenuante.